martedì 21 febbraio 2017

Barriere (Fences)


Adattamento cinematografico dell'opera teatrale del 1983 di August Wilson, scomparso nel 2005 ma ugualmente ritenuto lo sceneggiatore del film.
"Un uomo fa sempre ciò che ritiene giusto fare". Questo è un po' il motto di Troy Maxson, un padre di famiglia che ogni giorno compie il suo dovere, al fianco della moglie Rose. Troy è un uomo che, imparando dal passato, cerca di essere migliore e di fare lo stesso con e per i suoi figli. Non è un uomo facile, come non lo è la vita, ed il cortile della loro umile casa porterà a galla tutti i rancori ed i segreti che li dilaniano da anni.

E' complicato pensare che Barriere abbia qualcosa di cinematografico, se non forse l'assecondare i movimenti degli attori e un paio di scene non ambientate nel cortile di Maxson. Per tutto il resto la regia di Denzel Washington passa completamente in secondo piano, sia perché è volutamente poco marcata, sia perché la bravura degli interpreti non lascia spazio per nient'altro.
Il dramma che si consuma in quelle mura, la miriade di emozioni contrastanti sembrano complesse da poter essere assimilate tutte in una volta, tutto accade molto velocemente anche se non sono molti gli anni che ci vengono raccontati.


Se non altro, ciò che bisogna ammettere è che per rendere così bene un mappazzone di due ore e diciotto minuti, Denzel deve aver fatto un ottimo lavoro. Il film è indiscutibilmente troppo lungo, soprattutto perché è un dialogo intero, serrato e apparentemente senza fine, stancante a dir poco, ma essenziale se si vuole raccontare una storia come questa in questo modo, sprigionando la bravura immensa di due attori che chiaramente sentivano il bisogno di dare vita a qualcosa di più puro come può essere questo film.
Prima tra tutti Viola Davis, che per me prevale vistosamente su Washington, sebbene quest'ultimo abbia molto più spessore nella trama, ma l'ho sempre trovato un po' sopravvalutato, sempre molto uguale a se stesso. Qui ha sicuramente trovato il personaggio perfetto, a cui ha dato una seconda vita in modo brillante, ma di certo non è tra le interpretazioni che ultimamente sono entrate nel mio cuore.


Sarò all'antica, ma aderisco a quella corrente di pensiero secondo cui il teatro ed il cinema sono e devono restare due cose ben distinte. Hanno due scopi diversi, due pubblici diversi, due diversi tipi di sceneggiatura e due diversi tipi di ripresa. Sono due arti diverse, ed ogni volta, a parte alcuni rari casi, in cui si cerca di metterle insieme vengono fuori degli ibridi che peccano, sempre in un modo o nell'altro, in qualcosa. Allo stesso modo Barriere sembra un film riuscito per metà, l'ennesimo tentativo che rende orgogliose le persone che ci hanno lavorato, che esalta moltissimo le capacità attoriali degli interpreti, ma per quello ci sono i veri palcoscenici, che sono lì per quello.
In questo periodo dell'anno, un film del genere diventa un ottimo trampolino di lancio per un Oscar, che la Davis si meriterebbe una volta per tutte.

lunedì 20 febbraio 2017

Manchester by the sea


Proprio quando stavo iniziando a pensare che quest'anno agli Oscar non ci sarebbe stata molta gara, spunta Manchester by the sea. Nel quel di Torino, come ogni anno, le multisala hanno deciso di non distribuire i film candidati, se non naturalmente La La Land che qualche incasso continua a farlo anche a settimane dalla sua uscita. Ma fortunatamente ci sono i cinema che vivono di film indipendenti e su cui si può sempre contare, anche all'ultimo minuto. Che poi a me piace sempre, quando si può, lasciare il multisala di fiducia per queste sale antiche nel centro; sembra di entrare in un'altra dimensione. Avendo 22 anni sento particolarmente la differenza, sono due realtà completamente diverse in cui si mischiano diverse generazioni, ma la particolarità di questi piccoli cinema che ancora resistono è il cliente. Il suo cliente tipo ha un'età che va dai 55 ai 70 anni e non puoi non riconoscerlo, perché è particolarmente informato sul film da vedere, normalmente ha il coniuge al seguito che ha indottrinato negli anni di matrimonio, ma soprattutto, essendo questi cinema senza il posto a sedere assegnato, lui arriva giustamente con particolare anticipo per aggiudicarsi i posti migliori della sala e per attuare il suo piano malvagio: posizionare il suo cappotto e quello del relativo coniuge sulla poltrona affianco alla sua, lasciando anche un posto vuoto tra la moglie (perché spesso il nostro soggetto è di sesso maschile) ed un altro spettatore, perché naturalmente la moglie ha bisogno di privacy. Così, entrando nella sala, si noteranno le classiche poltrone vacanti qui e là, tutte singole, e che all'inizio del film, per mancanza di altri posti, le coppie stronze saranno obbligate ad occupare, passando sui piedi di terzi e guardando il film da soli.
Concluso questo divertente sproloquio sui cinema indipendenti di Torino, parliamo anche un po' del film.

Lee, custode tuttofare a Boston che conduce una vita solitaria, vive la perdita del fratello dalla quale assume la tutela del figlio adolescente.


Massachusetts, neve e pochi gradi. Pub in cui si guarda dello sport, appartamenti invivibili e barche da pesca. Uno scenario gelido per una storia triste che ha moltissimo cuore e tanta voglia di raccontare una storia nella sua umanità. Infatti Manchester by the sea è prima di tutto un film molto umano, veritiero, che tratta tematiche comuni in modo non convenzionale, ma nemmeno particolarmente rivoluzionario. Detta così sembra complicato, ma non lo è, qui di complicato c'è solamente la situazione di Lee e delle persone che lo circondano in questo pezzo di vita che ci viene raccontato silenziosamente, come se fossimo lì con loro ma sempre nascosti, tanto da percepirne sia il freddo di Boston, sia le situazioni glaciali che si vengono a creare.
Di film che parlano di tragedie e persone care che vengono a mancare è pieno, ma non è altrettanto facile parlare di elaborazione del lutto tanto bene da commuovere il pubblico senza impietosirlo con banalità. Lee è un personaggio scritto magistralmente, complesso, distrutto, tanto da essere diventato apatico, ma comunque cosciente della vita che conduce. La perdita del fratello è per Lee un punto di partenza, magari un modo per ricominciare, ma senza che lui lo sappia o l'abbia mai pensato. 

In tutto questo dolore, che può facilmente andare a toccare da vicino la maggior parte degli spettatori, si nasconde sempre un sorriso, una risata agrodolce dentro ogni scena, fatta di situazioni comuni, silenzi imbarazzanti, stanze in cui aleggia un'atmosfera tanto tesa da sembrare incredibilmente delicata, come se da un momento all'altro una parola di troppo potesse far venire giù il mondo intero.
Non è bellissimo quando un film così (apparentemente) semplice può far provare così tanto? Qui dietro si nasconde molto più lavoro della maggior parte delle grandi produzioni americane, piene di costumi fighissimi e luci sgargianti. Senza nulla togliere a quel tipo di film, che comunque occupano il loro posto all'interno del mondo cinematografico, non bisogna mai sottovalutare la fatica di creare un film come questo, che sembra piccolo ma che in realtà è enorme.

Era complicato proprio perché parla di vita comune, di persone comuni e situazioni accadute alla maggior parte delle persone. Semplicemente è la vita, nuda e cruda, dove purtroppo oggi ci sei e domani non lo sai. Mi è capitato di leggere che alcune persone lo hanno trovato estremamente deprimente, e mi dispiace che lo abbiano vissuto in questo modo, perché io sono uscita dalla sala sollevata. E' indubbiamente triste, ma il messaggio non è dei più banali, spesso si tende a dimenticarsi che anche nei momenti più brutti, quando tutto sembra ormai perso, la vita può avere in serbo per te qualcosa di magnifico, o magari anche solo una seconda possibilità, che insomma mai nulla è perduto davvero per sempre, anche se in alcune situazioni crederci è la sfida più difficile.


Casey Affleck. Avevo timore che non mi sarebbe piaciuto perché in passato non l'ho mai trovato troppo espressivo, esattamente come il fratello, ma un po' meglio, questo è certo. In questo film, francamente, non riesco a capire fino a che punto è se stesso e da quale inizi a recitare, ho come la sensazione che ci sia molto di suo e che non abbia dovuto fare uno sforzo immane per calarsi nella parte di Lee. Detto questo però, non posso negare che sia stato perfetto per la parte e che ci sono due o tre scene da brividi, veramente memorabili e che perciò qualche Oscar il film se o meriterebbe. Magari, visti anche gli altri nominati, Casey potrebbe anche portarselo a casa quest'anno. Però ssshh! Io non ho detto nulla, eh?! 
Abbiamo candidato anche il giovanissimo Lucas Hedges, non male una nomination agli Oscar a soli vent'anni. Non male nemmeno la sua interpretazione, che ha reso unica una delle scene di cui parlavo prima e che mi ha lasciata senza parole.
Trovo un po' meno giustificabile la nomination a Michelle Williams, la cui interpretazione è poco più di un cameo, comunque intensa ma sarà perché a me non dice molto lei come attrice probabilmente non la premierei.


Il mio consiglio è, che voi siate particolarmente appassionati di cinema o meno, che vi stiate preparando alla notte degli Oscar o meno, di andarlo a vedere in sala e di non lasciarvelo scappare. Non è un film facilissimo, non solo perché ci sono persone che non reggono alcuni argomenti al cinema, ma perché è facile trovarlo lento se si è abituati ad un altro genere di film drammatico. Insomma, non è uno di quei film che vola via senza rendersene conto, è pesante sotto molti punti di vista, ma talmente ben fatto da non poter non adorare almeno uno dei suoi mille volti.
Per il momento, tra i film che ho visto candidati, questo va dritto dritto a parimerito con La La Land. Completamente diversi ma allo stesso modo memorabili.

venerdì 17 febbraio 2017

Brooklyn


1952. Eillis è una ragazza irlandese che riesce ad ottenere un contatto oltreoceano, un lavoro ed una sistemazione a Brooklyn. Inizialmente la nostalgia per la sua terra ha la meglio, ma Eillis non ci mette molto a trovare un proprio equilibrio, il vero dilemma arriverà alla morte prematura della sorella, rimasta in Irlanda con la madre, e la decisione da prendere se rimanere in America o tornare in Irlanda per sempre.

Il "nuovo mondo", il fascino di una vita oltreoceano nell'America piena di opportunità, una vita nuova, lontana dai paesi dalla mentalità chiusa in cui cresci col titolo sotto il quale nasci. E' questo che Eillis sognava che ci fosse per lei in America, come tutti i giovani negli anni cinquanta.
Il fenomeno migratorio di quel periodo sta proprio al centro della trama del film candidato all'Oscar lo scorso anno e completamente snobbato, sia come miglior film, per la sceneggiatura e sia per la miglior attrice protagonista per Saoirse Ronan.


E' un melodramma a tutti gli effetti che spesso mi ha ricordato Carol, ambientato nello stesso identico anno, perciò ne riprende moltissimo i colori tenui, le atmosfere calde e patinate e, cosa che mi emoziona sempre molto, l'eleganza di un tempo.
Brooklyn è un buon film; ha dalla sua parte il fatto di non essere per niente pretenzioso, non si inventa niente di nuovo e non è questa la sensazione che vuole dare al pubblico, semplicemente racconta una storia che credo colpisca solo una parte di pubblico.
La nostalgia è la chiave, tutto gira intorno ad essa, Eillis non riesce a farne a meno, ma questo è per lei motivo di crescita. Ci troviamo infatti alla crescita di un personaggio che lascia il posto in cui è nato, verso un luogo in cui non conosce niente e nessuno. Eillis, inizialmente molto introversa e timida, dovrà prendere delle scelte dettate dal cuore che la faranno diventare una donna indipendente.


Perfetta e completamente calata nella parte Saoirse Ronan, anche se, effettivamente, non fino al punto di vincere l'Oscar, ma comunque molto piacevole ed azzeccata. Altrettanto piacevoli Domhnaall Gleeson ed Emory Cohen, anche se non particolarmente memorabili per i corrispettivi ruoli. Anche se recuperato un po' in ritardo, il film si è rivelato una visione molto piacevole e negli standard dei film che ogni anno vengono nominati e poi snobbati, appunto, piacevoli ma non indispensabili.
Brooklyn non fa eccezione, anche se lo consiglio per un piantino sincero a tutti i sentimentali.

lunedì 13 febbraio 2017

La tartaruga rossa


Non dimentichiamoci dell'animazione! 
Ogni anno agli Oscar si fanno grandi scoperte se si esplorano i candidati di questa categoria. Basta pensare a titoli come Anomalisa, l'animazione per adulti che più mi sconvolse l'anno scorso, animazioni d'autore, prestigiose e non per tutti, oppure alle più immediate opere Disney contemporanee che sono passate alla storia, come ad esempio Alla ricerca di Nemo (2004), Ratatouille (2008), WALL.E (2009) ed Up (2010). In gara poi, come ogni anno, spiccano titoli firmati Studio Ghibli, per cui, come sapete, nutro un amore smoderato, e anche qui gli appassionati e non solo ricorderanno La città incantata (2003) ed altri titoli che, a mio avviso ingiustamente, non sono stati premiati, come Si alza il vento nel 2014, battuto da Frozen, ovvero uno dei più banali e commerciali Disney degli ultimi dieci anni.
Ma lo Studio Ghibli non demorde; con a capo il maestro Hayao Miyazaki che alla veneranda età di 76 anni crede ancora in un prossimo progetto, lo Studio prosegue lentamente, dando vita a piccoli gioiellini come La storia della principessa splendente. E quest'anno lascia comunque il suo zampino Isao Takahata (81 anni), cofondatore dello Studio, che ritroviamo come produttore artistico in quest'animazione franco/belga.


Un uomo, dopo essere sopravvissuto ad un naufragio, si ritrova da solo su una piccola isola deserta dove inizia una lotta per la sopravvivenza. Tenta più volte di abbandonare l'isola ma ogni volta viene boicottato da una grande creatura marina, una stupenda tartaruga rossa. E' in quel momento che l'uomo capisce di avere un destino diverso.

Parlando di stranezze, La tartaruga rossa potrebbe essere paragonata al sopra citato Anomalisa, vuoi per complessità della comunicazione, per lo stesso pubblico adulto a cui viene dedicato, per le tematiche o per un'animazione sobria ma dalle immagini fortissime. E' un film inteso di un'ora e venti completamente muto, se non fosse per pochissimi versi o risate dei protagonisti ed è incredibilmente evocativo.
Tanto per iniziare, ha un'animazione molto minimalista, un misto tra digitale e carboncino dai colori sgargianti che già da sola basterebbe per lasciare a bocca aperta, la gestualità è molto curata, di questi tempi un vero balsamo per gli occhi. Per quanto riguarda le tematiche, sinceramente all'inizio lo avevo sottovalutato, anche perché non sapevo benissimo a cosa stessi andando in contro, perciò mi ero fatta un'idea diversa, mentre invece più va avanti e più diventa divertente cercare di capire quale messaggio racchiudeva ogni singola scena, tanto che probabilmente richiederebbe una seconda visione.


Questo è uno di quei film che racchiude tutta la tenerezza ed i valori che ai giapponesi non mancano, ma in un contesto decisamente diverso da quello al quale siamo abituati con lo Studio Ghibli, un contesto molto più reale, pur lasciandoci sempre il proprio stampo surreale e magico. Non si parla di tematiche qualsiasi, ma delle più importanti; amore, morte, vita, solitudine e la crudeltà della natura, un insieme di voci che solo un'animazione poteva condensare in un'unica opera. 
Ad allietare i momenti meno spensierati della narrazione ci sono simpatici compagni di viaggio, creature che popolano l'isola, a partire dalla tartaruga rossa, naturalmente, semplice e a dir poco stupenda, ma anche insetti e simpatici granchietti che rubano sempre un sorriso.
Ci tengo a sottolineare l'incredibile equilibrio che de Wit è riuscito a creare tra un'animazione delle più serene e semplici che abbia mai visto e la portata emotiva della narrazione, nell'animazione è decisamente una delle prove più complesse che abbia visto fino ad oggi, e che è riuscita ad emozionarmi più volte durante la visione, ripeto, senza nemmeno un solo dialogo.
Non è una visione semplice, bisogna affrontarla con questa consapevolezza, ma posso garantirvi che ne uscirete arricchiti, se non altro perché l'impegno e la dedizione che stanno alle spalle sono lampanti.

venerdì 10 febbraio 2017

Hell or High Water


Candidato agli Oscar come miglior film, miglior attore non protagonista, miglior sceneggiatura originale e miglior montaggio, Hell or High Water è un western dai sapori antichi.
In Texas, Toby e Tanner sono due fratelli, uno divorziato e disoccupato e l'altro ex detenuto. Per salvare la fattoria di famiglia dalle banche sotto il cui territorio è stato trovato un giacimento di petrolio, Toby e Tanner iniziano a rapinare piccole banche, fino a quando il Ranger della zona non lo assumerà come ultimo caso prima del pensionamento, mettendosi sulle loro tracce.


Ho sempre pensato che nel periodo delle premiazioni, quel determinato periodo dell'anno che coincide anche con quello più carico di grandi uscite nelle sale, ci sia il più alto tasso di film che riescono a trasportare il pubblico in un mondo a se stante, anche solo per due ore o, se si è fortunati, anche dopo la visione. Qui siamo davanti ad uno di quei film che può vantare di avere un'atmosfera unica, trascinante e coinvolgente e che in Italia non vedremo nelle sale, ma che possiamo trovare solo su Netflix.
Hell or High Water è uno dei titoli in lizza per il premio più prestigioso, ma è da giorni che cerco di capire se effettivamente si merita tutta questa fama. E' un film carico dei valori di un tempo, l'aria arida dei western di una volta, un rapporto di amore-odio tra i due fratelli protagonisti ed una caccia al ladro singolare e silenziosa. La narrazione si divide tra il seguire le vicissitudini dei due giovani borderline, ed il Ranger che segue il caso in compagnia del suo compagno nativo americano. Una scelta a mio parere eccellente, che aiuta moltissimo lo studio dei quattro personaggi, tutti mossi da intenti e motivazioni diverse e tutti in qualche modo legati tra loro da un rapporto bivalente.
E' qui che spunta il personaggio di Jeff Bridges, non nuovo a questo genere e di sicuro la figura più azzeccata, che spesso e volentieri si lancia in spassose chiacchierate razziste con il suo compagno "pellerossa", sempre con un velo di ironia e affetto.


Tutto va liscio come l'olio, a mio parere anche troppo. Nonostante il film in sé sia molto piacevole, si rivela abbastanza scontato, non propone nulla di nuovo che vada ad alterare il flusso della narrazione.
Ciò che si propone di fare lo fa egregiamente, con una colonna sonora molto bella e, ripeto, un'atmosfera nostalgica e familiare, ma che forse a me non basta per giustificare il suo successo, rimane una visione molto piacevole ma che, una volta conclusa, lascia davvero poco, se non la precisa atmosfera del Texas e della sua singolare vita e ciò non è poco, ma forse non abbastanza.

martedì 7 febbraio 2017

Split


Aspettavo questo film fin dalle prime immagini e dai primi chiacchiericci. Ho seguito Shyamalan negli anni in maniera abbastanza silenziosa; quando uscirono i suoi film più popolari (ed anche i più belli) io ero appena nata o comunque molto piccola e perciò recuperai tutto successivamente, mentre invece, quando iniziai ad appassionarmi al cinema, iniziò anche il suo periodo più buio. Mi ricordo ancora il trauma di quando scoprii che il regista de Il sesto senso era lo stesso de L'ultimo dominatore dell'aria o, ancora peggio, After Earth.
The Visit non fu un completo disastro, ma sapevamo tutti che quello non era l'S. che tutti conosciamo e che avrebbe di sicuro potuto dare di più. Per questo, quando sentii i primi dettagli di Split, nacque una nuova speranza.

In un giorno come tanti, tre ragazze vengono rapite da un uomo e portate in una prigione costruita su misura per l'evento. L'uomo in questione non è un uomo qualsiasi, soffre del disturbo dissociativo d'identità, e di identità ne colleziona ben 23. Le tre ragazze molto presto capiranno di essere in pericolo, poiché una 24esima e pericolosissima identità sta per nascere.


Ho trovato interessante fin dall'inizio la scelta di trattare il tema delle personalità multiple, non ditelo a nessuno, ma ho sempre trovato questo tipo di studio della psicologia umana incredibilmente affascinante, anche se poi sono finita a studiare tutt'altro. Perciò l'hype per il titolo non era indifferente e riponevo molta fiducia in Shyamalan, lo vedevo come un perfetto punto di partenza per rifarsi.
Detto proprio sinceramente, credo che S. sia un regista del tutto sbilanciato, poco coerente se vogliamo, ed i suoi film, a parte il caso de Il sesto senso, mi hanno sempre dato la sensazione di non essere studiati nei dettagli, di essere lasciati sempre un po' compiuti per metà o non molto bilanciati. Split ne è l'esempio perfetto, perché, nonostante ci troviamo davanti ad una ripresa non indifferente, rimane un film con alcuni momenti molto alti, sia di pathos che di regia, ed altri un po' frettolosi, poco precisi, quei classici casi in cui è meglio non farsi troppe domande. Insomma, ho come la sensazione che S. cerchi di atteggiarsi da quello che non è, da quel tipo di regista che deve per forza fare il cameo o citazioni/collegamenti perché è così che va di moda adesso. Lui non è questo tipo di regista, e credo che non doni molto ai suoi film questo atteggiamento "mondaiolo", non gli si addice ed è visibilmente molto forzato.


Al contrario, sono state a dir poco ottime le scelte degli attori; Anya Taylor-Joy, resa famosa dall'horror indipendente The VVitch, si è dimostrata ancora una volta all'altezza della situazione, oltre ad essere incredibilmente bella e con un potenziale tutto da scoprire. Ma qui la vera stella è James McAvoy, la cui parte è stata una delle più intense che abbia visto negli ultimi anni, un'interpretazione indimenticabile, odiosa e adorabile allo stesso tempo e che si meritava come minimo una nomination agli Oscar.
Seppur, come dicevo prima, era possibile curare un po' di più i particolari, rendere alcuni passaggi della narrazione un po' meno ovvi ed intuitivi, c'è da dire che coinvolge moltissimo lo stesso, soprattutto la prima parte un po' più conoscitiva che da un ritratto meraviglioso della natura di Kevin.
A questo proposito, ho trovato molto azzeccato e anche un po' inusuale in un thriller, trattare del disturbo dissociativo dell'identità anche dal punto di vista vagamente scientifico, o almeno, risulterà una scelta positiva a coloro i quali come me sono incuriositi dalla natura di questo disturbo.
Siamo comunque un passo in avanti, anche se non riesco a togliermi dalla testa l'immagine dei film più recenti del regista come dei piccoli lavori, con molto cuore, molta passione, ma un po' sbilanciati, come pezzi di un mosaico che lo stesso Shyamalan sta cercando di comporre, e che magari un giorno vedremo per intero.

martedì 31 gennaio 2017

La La Land


Sono cresciuta con un'educazione cinematografica pressoché nulla (a parte Disney, ovviamente), si può dire che iniziai ad interessarmi all'argomento durante l'adolescenza con il cinema di Tim Burton, ma uno dei pochi titoli che mia madre negli anni mi fece vedere fu Grease. La mia competenza in campo di musical finisce qui, non ho mai sentito il bisogno di approfondire il genere e qui finiscono anche i musical visti nella mia vita, se si escludono Into the WoodsSweeney Todd e Jersey Boys (1014), se di musical si può parlare. Ma ciò non vuol dire che odi il genere, anzi, le loro colonne sonore, nella maggior parte dei casi potentissime, hanno il nefasto potere di annebbiarmi il cervello e di rimanermi in testa per settimane, oltre al fatto che adoro la spensieratezza dei loro messaggi, delle coreografie e dei colori. E' un genere ineguagliabile, simile solo a se stesso, e per questo motivo unico.

Los Angeles, giorni nostri. Mia, aspirante attrice, e Sebastian, musicista jazz, si trasferiscono a Los Angeles per provare ad esaudire i loro desideri. Dopo alcuni incontri casuali, tra i due nasce un amore incontenibile che dovrà vedersela con il tanto desiderato arrivo del successo.


Damien Chazelle è la persona che dobbiamo ringraziare per aver riportato nelle sale un genere da anni assopito, a cui da tempo mancava quel classico brio da pelle d'oca, i colori sgargianti e le scenografie mozzafiato portando in sala amanti del genere e non. 
Fin dalla prima scena di La La Land si capisce che si fa finalmente sul serio, e che si sta entrando nel vero clima degli Award, quello competitivo, in cui i cinema si riempiono, costellati di film per tutti i gusti e le età, quel periodo in cui le star, super truccate e tirate, percorrono lunghi red carpet, e tu, senza sapere nemmeno il perché, vai in estasi, come un ragazzino al concerto del suo cantante preferito. 
In mezzo a tutti i titoli che sono in sala in questo momento, insieme ad alieni, serial killer psicopatici, drammi strappalacrime ed animali canterini, ce n'è uno che ha messo d'accordo tutto il pubblico, impresa titanica. La La Land è un sogno ad occhi aperti dal quale non vorresti mai svegliarti, con tutta la spensieratezza del genere, pur sempre trattando a volte temi seri, ma con una soavità unica. Chazelle ci racconta ancora di jazz, come per mantenere un filo rosso col suo magnifico film precedente (Whiplash), e lo fa attraverso gli occhi di chi lo ama e vuole tramandarlo, affinché non svanisca nel nulla. A fare da sfondo al jazz c'è Los Angeles e tutta la follia del mondo di Hollywood con la scalata al successo e le sue contraddizioni. 


La storia d'amore tra Mia e Sebastian è un cliché dei film romantici, senza colpi di scena o risvolti particolarmente eccitanti, ma che diventa magica se accompagnata da una colonna sonora stupenda, anche se i brani principali, grazie ai vari riarrangiamenti, possono risultare un po' ripetitivi, ma soprattutto da due interpreti azzeccatissimi. Emma Stone, la stella del film, sfoggia la sua interpretazione più luminosa, raggiungendo livelli di espressività gestuale impressionanti, Ryan Gosling, dal canto suo, fa di tutto per esserne all'altezza, senza sfigurare ma rimarcando quel suo limite attoriale che tutti conosciamo e che io continuo ad adorare ugualmente, sovrastato da un fascino innato.
Scenografia e regia buonissime che spianano la strada alla fotografia, che qui ha regalato alcune delle immagini più belle dell'anno appena iniziato. La narrazione, secondo il mio gusto personale, incespica un po' verso la conclusione e la seconda metà vede un evidente diminuzione di pathos in confronto alla prima, che invece parte col botto e mi ha portata più di una volta alla pelle d'oca.
Si parla, fondamentalmente, del sogno hollywoodiano, di audizioni a vuoto, di non demordere nonostante la vita ti regali solo continui fallimenti, perché la chiave del successo è la perseveranza oltre che l'amore per ciò che si fa quotidianamente. E' un film per sognatori, come cita anche la locandina, per quelli con la testa sempre tra le nuvole che ancora credono nella passione, ma anche un film che non vuole dimenticare il cinema classico del passato, e infatti presenta una carica emotiva e visiva sullo schermo unica, senza tralasciare doverose citazioni del genere.


Detto questo, comunque, e ripetendo che ci troviamo davanti ad un lavoro a dir poco immenso, qualcosa, probabilmente una sensazione prettamente soggettiva, non mi fa gridare al capolavoro, come mi aspettavo. Mi ha stupita arrivare a 15 minuti dalla fine del film con una sensazione di noia non indifferente, pur essendo coinvolta dalla trama. Ho provato sensazioni contrastanti che poi ho dovuto concretizzare verso la fine, con una sequenza che, nonostante pensandoci io possa trovarci un significato emotivo, ho trovato un po' superflua e poco chiara.
La voglia di rivederlo c'è tutta, ed è da tre giorni che continuo a riascoltare la colonna sonora compulsivamente, quindi sicuramente mi ha colpita, ma una parte di me è delusa, in quanto credevo mi avrebbe investita di una magia indimenticabile che mi avrebbe portata a dargli il massimo dei punti. Perciò, se così non è, è semplicemente per un fatto soggettivo. 
Lasciando stare da parte il polverone alzato sui social da questo film, che a mio parere è riuscito a tirare fuori la parte peggiore e più sboccata di amanti del cinema e non e di cui si è già parlato abbastanza, mi sento di dire che Damien Chazelle è uno dei registi più giovani e promettenti del panorama cinematografico attuale e non vedo l'ora di sapere cos'ha in serbo per il futuro.



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